mercoledì 28 settembre 2016

di sguardi e sorrisi e, purtroppo, null'altro

Qualche giorno fa in biblioteca è arrivata una bambina, un paio di passi dietro di lei la madre. La bambina mi ha salutato, ha appoggiato sul tavolo uno zaino nuovo e coloratissimo (era evidente che ne andava molto fiera), l’ha aperto e tirato fuori i libri da restituirci.
Io l’ho saluta, ho preso i libri, l’ho ringraziata e aggiunto che il suo zaino era molto bello e aveva colori stupendi.
Lei si è voltata tutta contenta verso la madre e le ha detto, prima nella sua lingua e poi in italiano -  vedi mamma che avevo ragione e che non devi aver paura a venire qui. In questo posto sono tutti gentilissimi.
La signora mi ha guardato, rivolto un gran sorriso e  ringraziato in un italiano stentato. Io l’ho guardata e contraccambiato il sorriso.
A questo punto  potrei finire qui questo apologo un po' stucchevole, potrei aggiungere, ed è vero, che per qualche secondo mi è sembrato che il mio lavoro avesse ancora un senso (mi capita sempre più di rado).
E mentre guardavo la bambina con lo zaino colorato e la mamma andarsene, una carica di libri e l'altra accompagnata solamente dall'unica cosa che le potessimo offrire, un po' di gentilezza, mi sono chiesta quando abbiamo cominciato.

Quando abbiamo cominciato a pensare che dispensare sguardi e sorrisi a chi viene da un altro paese e non conosce la nostra lingua fosse sufficiente. Che ospitare al caldo d'inverno e al fresco d'estate chi non ha una casa, chi non ha un lavoro, chi ha problemi psichici potesse bastare. Quando seguendo l'idea che le biblioteche devono rispecchiare la nostra società (davvero? abbiamo aspirazioni e modelli così bassi?) abbiamo aperto le porte a tutti (sacrosanto, sia chiaro) e abbiamo lasciato tutti lì, in biblioteca a fare non si sa bene cosa, riproponendo esattamente quello che succede fuori: aree di emarginazione, insofferenze, non risposte ai bisogni.
Per carità, non dico che sia ovunque così ma, complessivamente, quand'è che abbiamo smesso di guardarci attorno, di leggere i bisogni della nostra comunità e progettare per dare risposte, e di inviare ad altri quando le risposte non erano di nostra competenza? Quando abbiamo sostituito alle idee l'aneddotica biblioteconomica?
Quando abbiamo cominciato a pensare che la biblioteca potesse essere il ricettacolo di ogni iniziativa, spesso scopiazzata da biblioteche straniere (l'erba del vicino), sempre decontestualizzata da ogni tipo di progettualità? Il tricot, prestiamo le cravatte a chi ha colloqui di lavoro, prestiamo gli sci, le chitarre, mettiamo un pianoforte, la pole dance (giuro), proiettiamo i film, la cena con delitto, l'apericena, la rock band, la jazz band, la musica etnica, il torneo di ballo, quello di burraco, il minigolf, il buffet e la spaghettata...
Quand'è che le nostre biblioteche sono diventate parchi giochi per bambini mai cresciuti, emarginando di fatto chi ha bisogni informativi, chi ha ha bisogni complessi chi, in nome di una concezione politicamente corretta ed ipocrita di accoglienza è lasciato a bivaccare tutto il giorno in biblioteca.
La signora che sorride sarà felice di sapere che sua figlia è trattata con gentilezza in biblioteca. Difficilmente la rivedremo. I suoi bisogni, così palesi per quanto inespressi ed inesprimibili nel suo italiano frammentario, non troverebbero risposta.
Quand'è che cominciamo a ragionarci?

martedì 23 agosto 2016

#ChissàPerché

Dal profilo twitter di Davide Borgo
https://twitter.com/dborgo/status/
768050973797388288?lang=it

#ChissàPerché non si riesce a parlare di libri in maniera normale in Italia

Ci sono i Disinteressati, la stragrande maggioranza  delle persone, che di libri e lettura non parlano proprio. Non sono interessati, non leggono. Vengono citati dalla stampa un paio di volte l'anno, quando escono statistiche sullo stato della lettura e si dice che bisogna rivolgersi al sempre più bacino dei disinteressati. Loro però non lo vengono a sapere perché tanto non leggono.

Poi ci sono i Lettori forti, sono per lo più innocui. Vengono citati anche loro un paio di volte l'anno quando escono statistiche sullo stato della lettura, si dice che esistano, che da soli tengano in vita il mercato editoriale, qualcuno sostiene anche di averne visti due.
In realtà vivono nell'ombra, tendono ad accompagnarsi con i loro simili in comunità, non di rado virtuali, nelle quali si scambiano con tono cospiratorio titoli di libri.

Poi ci sono gli Apostoli della Lettura, sono pericolosissimi. Cercano di convincere i Disinteressati che leggere fa bene. Le loro uniche letture sono quelle che sostengono che leggere fa bene. Scandagliano il web alla ricerca di articoli che dimostrino che la lettura rende più belli, più intelligenti, più sensibili, più alti, con meno cellulite, senza brufoli e li diffondono con l'implacabilità delle dieci piaghe d'Egitto. Nei momenti di tempo libero raccolgono frasi ad alto contenuto simbolico (ma di nessun senso logico) ovviamente sulla bellezza della lettura.

Abbiamo poi i Politici. Molti di loro rientrano nella categoria dei Disinteressati. Altri, più sfortunati,  pare si imbattano solo in libri per bambini in cui pinguini dello stesso sesso covano un uovo. Ne rimangono talmente turbati da volerli bandire da scuole e biblioteche. Alcuni di loro sono molto sensibili alla questione della purezza cromatica dei colori primari, al punto da voler bandire anche libri nei quali il blu e il giallo si mescolino dando vita a impuri colori secondari.

Poi da oggi abbiamo anche Quelli del Decathlon. Hanno lanciato una campagna con l'hashtag #LoFaccioPerché (lo sport, si intende). Ci sono alcuni filmati su yotube e dei cartelloni pubblicitari. In queste ore sta destando parecchie critiche un manifesto pubblicitario in cui un bambino gioca a calcio e la scritta #LoFaccioPerché in campo non servono i libri. L'immagine è stata postata da Davide Borgo su twitter e decathlon ha risposto che Lo sport, soprattutto da bambini, è spensieratezza. Non è nostra intenzione sollevare alcuna polemica! :)

A me questa campagna piace molto. La trovo improntata ad un sano realismo. Si rivolge alla fetta di mercato più ampia, quella dei Disinteressati, non pretende di cambiarla come fanno gli Apostoli, dice quello che molti pensano, che i libri son palle pazzesche, capaci solo di suscitare pensieri, accontentando così i Politici. E non si cura affatto dei Lettori forti che in fin dei conti sono un po' come gli unicorni.
Insomma penso avrà il grande successo che si merita.


martedì 2 agosto 2016

Il mediterraneo in 10 isole (più o meno)

Isolario di Benedetto Bordone nel qual si ragiona di tutte l'isole del mondo, con li lor nomi antichi & moderni, historie, fauole, & modi del loro viuere, & in qual parte del mare stanno, & in qual parallelo & clima giaciono. Con la gionta del monte del Oro nouamente ritrouato. ...  (Impresse in Vinegia: per Nicolò d'Aristotile, detto Zoppino, 1534 nel mese di giugno)








"C'era un uomo che amava le isole... Voleva un'isola tutta per sé: non necessariamente per restarvi solo, ma per farne un mondo tutto suo" scrive D. H. Lawrence  E forse è per questo, perché ci assomigliano, riflettono le nostre contraddizioni, ci rappresentano che le isole hanno sempre avuto un posto centrale nell'immaginario letterario.
Isole come mondo a parte, ritorno alla natura, spazio dell'avventura. O isole come costruzioni utopiche dove la natura viene trasformata da un principio razionale.
Isole come approdo felice, spazio di libertà ed evasione o, al contrario, isole prigione, territori di reclusione, di segregazione.

L'isola come  luogo geografico intermedio fra la terra e il mare  partecipa di entrambe le nature, di entrambe le simbologie. Da una parte uno spazio delimitato e sicuro, dall'altro un elemento fluido, indefinito nel quale le regole sociali sono escluse.
L'isola, grazie al suo spazio concluso, racchiude in sé il mito della totale conoscibilità, l'illusione dell'esaurimento alla Perec, conoscibilità spesso elusa dallo svelarsi di una natura misteriosa e metamorfica.

Un viaggio nel mediterraneo attraverso 10 isole letterarie.
E' vero, non c'è l'Odissea, che tutto racchiude e compendia. La storia dell'isola delle rose, poi, avrebbe meritato un narratore meno stucchevole, ma le forme utopiche su palafitte mi hanno sempre affascinato. Probabilmente perché le vacanze più belle, da bambina, le ho passate su un capanno da pesca, microscopica isola utopica sospesa per aria ma con i piedi nell'acqua.


Isola d'Elba

N di Ernesto Ferrero racconta i trecento giorni di Napoleone sull'Isola d'Elba. La voce narrante è quella di Martino Acquabona, un letterato del luogo che verrà nominato bibliotecario dall'imperatore. Combattuti fra avversione e fascinazione gli elbani saranno costretti dall'irrompere di Napoleone sull'isola a fare i conti con sé stessi e il mondo esterno.
Prima del suo arrivo, non bastavamo soltanto a noi stessi: eravamo la misura di noi stessi. La percezione del mondo vasto e tumultuoso, al di là del mare, non ci offendeva. Ma adesso  l'Uomo che si è posto a misura di tutte le cose è piombato tra noi, ci ha obbligato a misurarci davvero con Lui, con la sua storia, con la Storia, con il continente. Questo facciamo ogni giorno: prendiamo accuratamente misure della nostra persona, e il risultato ci mortifica.

Isola del Giglio

Isole minori di Lorenza Pieri racconta la vita di una famiglia che vive sull'isola del Giglio. La storia, narrata da Teresa, la  figlia minore, si dipana nell'arco di quarant'anni e intreccia le vicende personali con gli avvenimenti della storia e della cronaca italiana degli ultimi anni. Ma la vera protagonista è l'isola dalla quale è necessario distaccarsi ma alla quale si finisce per fare ritorno.
Io avevo un'isola, e la fortuna di passare la maggior parte del mio tempo con il mare come orizzonte, circondata da una cintura di sicurezza liquida che metteva sempre al riparo da tutto quello che succedeva là fuori.

Sardegna

Passavamo sulla terra leggeri è l'ultima opera di Sergio Atzeni che la terminò pochi giorni prima di morire, il 6 settembre 1995. E' il racconto millenario dell'isola che, dopo una lunga tradizione orale, viene affidato ad un narratore scrittore. La storia si mescola con il mito, l'epica, la leggenda perché, come scrive Atzeni, "Credere che la storia dica la verità e il romanzo dica falsità è pericoloso. Poiché gli uomini si muovono sulla base di informazioni false e tendenziose bisogna convincersi che spesso gli storici non dicono verità, mentre i romanzi, a volte, raccontano più verità degli storici"
Se esiste una parola per dire i sentimenti dei sardi nei millenni di isolamento fra nuraghe e bronzetti forse è felicità. Passavamo sulla terra leggeri come acqua, disse Antonio Setzu, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta. A parte la follia di ucciderci l'un l'altro per motivi irrilevanti, eravamo felici.

Lampedusa

Lampedusa di Maylis de Kerangal. "Mi dico che a volte scrivere è come fondare un paesaggio", dice la scrittrice. E nella notte in cui un bollettino radio comunica l'affondamento di un barcone proveniente dalla Libia e la morte di 300 persone al largo di Lampedusa, questo fa la De Kerangal: ricostruisce, ricompone Lampedusa affiancando alle immagini di morte altre immagini, ricordi, "risonanze".
La notte avanza. Sono ora inchiodata sull'isola di Lampedusa come quando ci si fissa su un granello di polvere sul foglio bianco. Ho l'impressione che esista come luogo in un non-luogo, sasso inalterabile emerso contro lo spazio liquido, terra delineata contro il mare indistinto in cui si aboliscono il tempo e la topografia - a lungo bisognò fare appello al cielo per stabilire una rotta, un allineamento di stelle indicava la direzione.

Procida

L'isola di Arturo di Elsa Morante. Romanzo di formazione fra i più noti. Vi è raccontata l'avventura interiore di un adolescente che, attraverso prove ed esperienze anche dolorose, lascia il mondo dell'infanzia per entrare direttamente in quello degli adulti. L'isola di Procida non è nel romanzo solo un luogo geograficamente connotato, ma il simbolo dell'infanzia, di un'età magica e precaria che deve essere abbandonata per entrare nel mondo adulto.
Senti, non mi va di vedere Procida mentre si allontana, e si confonde, diventa come una cosa grigia... Preferisco fingere che non sia mai esistita. Perciò fino al momento che non se ne vede più niente, sarà meglio che io non guardi là. Tu avvisami a quel momento.E rimasi col viso sul braccio, quasi in un malore senza nessun pensiero, finché Silvestro mi scosse con delicatezza e mi disse: - Arturo, su, puoi svegliarti.Intorno alla nostra nave, la marina era tutta uniforme, sconfinata come un oceano. L'isola non si vedeva più.

Un'isola greca

Dal mare verrà ogni bene di Christos Ikonomou. Un gruppo di Ateniesi, in seguito alla crisi economica che ha colpito la Grecia decide di abbandonare Atene cercando nuove opportunità e una nuova vita su un'isola dell'Egeo. Qui ritroveranno lo stesso sistema corrotto di potere e denaro che li aveva portati ad abbandonare la capitale. Qui saranno considerati, dagli abitanti dell'isola, stranieri, profughi, invasori.
L'isola è una prigione, e il mare le sbarre. Se ti trovi sulla terraferma, qualunque cosa succeda, te la dai a gambe o salti in macchina e scappi. Da queste parti, però, come fai a scappare? E per andare dove poi? Per questo ti dico che l'isola è una prigione. L'ho capito adesso. Ma è così. Una prigione. La sapevano lunga quelli che un tempo mandavano la gente al confino nelle isole. E adesso siamo allo stesso punto. Adesso siamo in democrazia, mi dici. Certamente. All'epoca mandavano la gente nelle isole di forza, adesso ci veniamo da soli. Una grande differenza, giusto? Giusto.

Leros

La prima verità di Simona Vinci racconta la storia terribile dell'isola manicomio di Leros, in Grecia. Nell'isola del Dodecaneso per anni vennero deportati pazienti psichiatrici provenienti da tutti i manicomi della Grecia fondando una "colonia per psicopatici" con oltre 2.700 posti letto. A questi si aggiunsero, durante il regime dei colonnelli, migliaia di oppositori politici. E' solo a partire dal 1991, dopo una serie di denunce della situazione, e dopo pressioni internazionali che si cominciò a lavorare per la chiusura del manicomio e la liberazione degli internati. Il romanzo di Simona Vinci racconta la storia di Angela, giovane ricercatrice italiana, che arriva sull'isola assieme a volontari, medici e psichiatri provenienti da tutta Europa.
L'isola si vorrebbe chiusa in sé stessa, autosufficiente, padrona del proprio destino quanto più la terraferma e le sue eco distruttive sono lontane; ma è un'illusione. Inesorabile la diversità biologica arriva con il vento, le maree, le navi che solcano le acque e portano uomini e bestie, naviganti, costruttori e disboscatori, qualche volta poeti. L'equilibrio di un'isola è perfetto e fragilissimo; un attacco esterno può minare ogni cosa, radere al suolo tutto ciò che la natura, paziente, ha costruito in migliaia di anni.

Porquerolles

Il clan dei Mahé di Georges Simenon. "Ci sarebbe andato a Porquerolles" Nonostante il clima troppo caldo che rende tutti insofferenti, la sistemazione in una pessima pensione, il cibo scadente, il dottor Mahé, "un tipo paziente", sa che sarebbe tornato, di anno in anno, nell'isola. Affascinato, turbato da una ragazzina col vestito rosso con la quale non scambierà mai nemmeno una parola, il dottor Mahè, seguendo il proprio turbamento interiore, non può sfuggire all'isola, al suo richiamo, al proprio destino.
Là sotto c'era un mondo ostile, un mondo a lui estraneo, davanti al quale si sentiva smarrito. E anche l'isola, con la sua cappa di cielo ronzante di sole, lo scorpione nel letto di suo figlio, il frinire assordante delle cicale...


Insulo de la Rozoj

L'isola e le rose di Walter Veltroni racconta una storia vera. Alla fine degli anni '60, al largo di Rimini, in acque internazionali, viene costruita un'isola artificiale, una piattaforma di cemento su palafitte. Fra sogno utopico (quello di un luogo dedicato all'arte, alla cultura, allo spettacolo) e sfruttamento commerciale, l'isola viene dichiarata stato autonomo con tanto di bandiera, carta costituzionale, emissione di francobolli, lingua ufficiale (l'esperanto). Fino all'epilogo inevitabile: l'abbattimento con cariche di tritolo da parte delle autorità.
E'  l'Isola delle Rose la creatura perfetta, il minotauro marino. E' figlia del mio desiderio, pratico, di trovare ricchezza e possibilità di qualcosa di nuovo, di grande, e della tua utopia, del tuo sogno di un mondo più aperto e più giusto, del tuo amore per l'arte e la bellezza.


L'isola Hispania

La zattera di pietra di José Saramago
E se la penisola iberica si staccasse dall'Europa e questa nuova isola cominciasse, lentamente, a navigare in mare aperto?
Dopo ci fu una pausa , si sentì passare nell'aria un grande soffio, come il primo respiro profondo di chi si sveglia, e la massa di pietra e terra, coperta di città, villaggi, fiumi, boschi, fabbriche, macchie incolte, campi coltivati, con la sua gente e i suoi animali, cominciò a muoversi, come una barca che si allontana dal porto e punta al mare di nuovo ignoto.


E ancora:

Avventure di piccole terre, di Ambrogio Borsani
Isole. Coordinate geografiche e immaginazione letteraria, a cura di Nicoletta Brazzelli
Inferni, mari, isole. Storie di viaggi nella letteratura, di Roberto Mussapi (al momento non in commercio, cercatelo in biblioteca)
PANTAGRUEL - Sconfinamenti d'estate, Rai Radio 3. La puntata del 30 luglio 2016 è interamente dedicata alle isole italiane

giovedì 28 aprile 2016

Un grafico per La nave di Teseo

Circola in rete una petizione che invita, ironicamente, a trovare un grafico vero per la casa editrice La nave di Teseo (potete leggerla e battervi per questa giusta causa qui). Della singolare bruttezza delle copertine della casa editrice di Elisabetta Sgarbi parla Federico Novaro in ben tre post.
Incuriosita sono andata a cercarmele una ad una queste copertine. E ho scoperto che La Nave di Teseo ancora non ha un sito web (o meglio un sito c'è, ma non è che un abbozzo che rimanda ad un altro sito prossimamente online). E c'è una pagina facebook tristemente monopolizzata da uno di quei commentatori seriali che si chiosano addosso. Poi c'è una   E c'è un account twitter, ma se vogliamo scoprire quali sono i libri pubblicati finora l'unico sistema (oltre a recarsi direttamente in libreria) è quello di cercarli su un catalogo di libreria online, io l'ho fatto con IBS.
Insomma, visto che siam qui a raccoglier firme per un grafico, facciamolo anche per trovare qualcuno che si occupi della comunicazione e non dimentichiamoci di un correttore di bozze, che la Bompiani in questo campo ha sempre avuto qualche problemino.

domenica 13 marzo 2016

E se ai lettori non importasse affatto sapere chi è Elena Ferrante?


Oggi sulla Lettura, inserto culturale del Corriere della Sera, è uscito un articolo che svelerebbe chi si nasconde dietro lo pseudonimo di Elena Ferrante (interessata e casa editrice hanno smentito). L'autore, Marco Santagata, sarebbe arrivato alla identificazione attraverso gli strumenti della indagine letteraria e filologica.
Su livello dell' informazione (pornografia informativa) bastino le parole di Mantellini (le trovate qui), sulle caratteristiche dell'indagine letteraria e filologica non mi pronuncio, i miei ultimi esami universitari in materia risalgono, letteralmente, al secolo scorso, me le ricordavo comunque diverse, come dire, più rigorose.

Resta qualcosa da dire sulla qualità della informazione e della critica letteraria italiana.
Se un lettore volesse farsi un'idea dei libri della Ferrante, magari prima di decidere se acquistarli o meno, o in attesa che si esaurisca la coda delle prenotazioni in biblioteca, leggendo supplementi culturali, articoli di riviste o di quotidiani, rimarrebbe certamente deluso. Pochissime informazioni su trama, temi, stile, scritture paragoni con altri scrittori.  Pesco dal mucchio (sul sito della casa editrice E/O trovate l'elenco aggiornato di tutte le recensioni)
Questo straordinario successo editoriale ha però al centro un mistero: chi è Elena Ferrante? Tutti i misteri di Elena Ferrante  - Donna Moderna, 4 marzo 2016
Lo scrittore dell'anno? E' un'ombra. Ha un nome femminile ma chissà come si chiama veramente. Dentro il nome che si è data si può celare una donna o un uomo, come sappiamo. Non sappiamo. Non c'è volto né corpo. Nessuna storia privata né pettegolezzi, o letture, festival, incontri con i lettori, e via presenziando.La scrittrice fantasma è una star - L'Unità, 31 dicembre 2015
Elena Ferrante: troppo umana, quindi esiste - Grazia, 19 giugno 2015
Così il mistero Ferrante conquista anche gli Usa - Repubblica, 11 novembre 2014
Potrei continuare: lettera aperte alla misteriosa scrittrice, pensosi dibattiti se sia lecito o meno nascondersi dietro l'anonimato, accuse di vanità e presunzione. Se poche, pochissime sono le informazioni, le notizie sui suoi libri,  ancora meno sono i tentativi di analisi critica, di contestualizzazione letteraria.

Camilla Panichi  404: file not found è autrice di una bella e articolata recensione all'ultimo volume della quadrilogia. Racconta la storia, mette in relazione il volume con quelli precedenti, analizza le tematiche, esamina lo stile, la scrittura: "uno stile oggettivo e da una prosa lucida e lineare, sempre presente a se stessa e all’io narrante (e di conseguenza al lettore) anche nel momento in cui la narrazione raggiunge l’apice della disperazione" e sente il dovere di precisare che "chi scrive non ha espressamente fatto riferimento alla querelle sul caso Ferrante. Sempre chi scrive non ha ceduto alla tentazione di fantasticare sull’identità, spostando il discorso sul pettegolezzo. Chi scrive non è interessato al “chi” ma al “come”. È un vizio di forma, una questione di metodo.

E' interessante dare un'occhiata a come vengono trattati i libri della Ferrante all'estero, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, dove la scrittrice ha  grandissimo successo. Anche qui pesco dal mucchio delle recensioni a lei dedicate per trovare frequentissime parole come language, style, prose, pacing, character, writing, plot. Insomma riferimenti alla concretezza della storia, del testo, alla sua analisi.
Much of the thrill of the four books lies just in this elastic back and forth between realism and hallucination. Some scenes, just by their tone and pacing, and by what they omit as much as by what they include, seem to take place in slow motion or under water or on another planet. Elena Ferrante’s New Book: Art Wins, Joan Acocella - The New Yorker
How is it that a book written by Lenù can so entirely capture Lila’s experience? Ferrante’s direct, almost naive style is greedy, willing to adopt the habits of other genres – the thriller’s cliffhangers, the romance’s love triangles, the mystery’s plot twists – and to absorb voices other than its narrator’sI was blind, she a falcon, Joanna Biggs - London Review of books
O basta confrontare l'intervista alla Ferrante su Repubblica del 5 dicembre 2014, tutta sulla questione dell'anonimato o quella su Paris Review (n.228 - 2015) che analizza temi coma la nascita delle storie, la costruzione delle trame, l'ispirazione, il lavoro della scrittura e della riscrittura

Insomma alla fine interessa davvero ai lettori sapere esattamente chi sia Elena Ferrante? A giudicare dal successo dei suoi libri, libri di una sconosciuta, sembrerebbe proprio di no. E allora che senso ha continuare a proporre attribuzioni pettegole e scoop mascherati da indagini letterarie, non sarebbe più interessante capire le ragioni di una storia, le caratteristiche di una scrittura, suggerire chiavi interpretative, percorsi di lettura?  Non aiuterebbe di più lettori e non lettori a districarsi nel mare magnum delle pubblicazioni?

Che ai lettori non importi nulla dell'anonimato per la Ferrante è ben chiaro (sempre dall'intervista di Repubblica)
- Ma la scelta dell’anonimato, e la curiosità che genera nei media, non rischia di trasformare in un “personaggio” la scrittrice (o lo scrittore)? Per Elena Ferrante non è così:- Temo che queste considerazioni riguardino solo la cerchia ristretta di quelli che lavorano nei media.[...] Fuori del circolo mediatico il mondo è ben più vasto e le attese sono altre. Per capirci, il vuoto che ho lasciato di proposito, lei, volente o nolente, per mestiere e a prescindere dalla sua sensibilità di persona colta, si sente chiamata a riempirlo con una faccia, mentre i lettori lo riempiono leggendo.

giovedì 10 marzo 2016

Sacerdotessa sarà lei!



La protagonista di Romanzo Rosa, di Stefania Bertola, è Olimpia, una bibliotecaria.
Zitella, di mezza età, si dichiara, nonostante la professione, piuttosto ignorante. Vive con due gatti, si nutre di passati di verdura congelati, ha come estrema forma di trasgressione rari cappuccini al bar. E' passata direttamente dalla castità alla menopausa, avendo conosciuto la passione vera che tutto travolge solo per tre giorni nel lontano 1977. Si è iscritta ad un corso di scrittura creativa per imparare a scrivere romanzi rosa.
Praticamente "una sfigata" come ha concluso con mirabile sintesi una delle colleghe con le quali si sorrideva dell'ennesimo florilegio di stereotipi attraverso il quali viene dipinta la nostra professione.

Insomma non si scappa, il lavoro del bibliotecario sembra essere riservato esclusivamente alle donne descritte per lo più come zitelle malvissute, trasandate e pure un po' racchie oppure nobilitate al rango di sacre vestali del sapere, custodi del tempio, iniziatrici di culti esoterici e misteriosi.
Pennac (sì anche Pennac ha scritto corbellerie) ci descrive così:

Care bibliotecarie, custodi del tempio, è una fortuna che tutti i titoli del mondo abbiano trovato il loro alveolo nella perfetta organizzazione delle vostre memorie (come potrei raccapezzarmi, senza di voi, io che ho una memoria che non vale un soldo?), è prodigioso che voi siate al corrente di tutti i soggetti ordinati nelle scaffalature che vi circondano … ma come sarebbe bello, anche, sentirvi raccontare i vostri romanzi preferiti ai visitatori smarriti nella foresta delle letture possibili … come sarebbe bello che faceste loro omaggio dei vostri migliori ricordi di lettura! Narratrici, siate –maghe– e i libri voleranno direttamente dagli scaffali alle mani del lettore.

E su l'Avvenire dell'otto marzo è uscito un elogio delle bibliotecarie che ci paragona a sacerdotesse   (qui trovate il pezzo)
Meno si leggono libri, più c'è bisogno di bibliotecarie. Donne, se possibile, perché questa è senza dubbio competenza da sacerdotesse. Uomini appassionati di libri, che amano catalogare e custodire e suggerire? Possono pur sempre far da aiutanti alle bibliotecarie, se queste lo consentono. La lettura è un culto che si apprende da piccoli, si affina da giovani, si perfeziona da adulti... Solo una bibliotecaria può sorridere e iniziarli al culto..

Se ne è parlato in questi giorni, soprattutto di quest'ultimo messaggio, di questo omaggio alle bibliotecarie nella giornata della donna. Ci si è divisi fra stufi ed indignati di questi luoghi comuni, di questa ennesima suddivisione in lavori da maschietti e femminucce, di questa idea di una professione simile a quella di "una commessa della Rinascente degli anni '50",  e chi invitava ad accettare l'omaggio alla capacità delle donne di comunicar passioni, e a far uso di ironia e leggerezza.

A questi ultimi chiedo quand'è che, leggermente e ironicamente, come pare sia richiesto alla nostra natura chimerica di zitelle custodi del tempio, di ingrigite vestali, di malvissute e trasandate sacerdotesse, cominciamo a parlare di cosa è, di come è diventata la nostra professione?

venerdì 11 dicembre 2015

Tutto quello che so sul sesso l'ho imparato in biblioteca

Troppo timida per chiedere ai miei,  troppo diffidente per fidarmi di quelle strane e incredibili storie che raccontavano bambini più addentro nei fatti della vita, quando volevo farmi un'idea precisa delle cose andavo alla biblioteca del posto in cui sono cresciuta.
Abitavo alla Cava, quartiere popolare separato dal centro di Forlì da due chilometri di campagna lungo la via Emilia e dal ponte di Schiavonia. Distanza piccola, forse più psicologica che reale, ma chi abita alla Cava ha sempre considerato il posto come  un'entità a parte, un nucleo separato e in qualche modo autosufficiente (vado a Forlì si diceva per andare in piazza Saffi e si compulsava l'orario dell'autobus, attenti a non perdere la corsa)
Insomma era quella, la biblioteca del quartiere, la mia biblioteca, l'unica di cui fossi a conoscenza, il posto in cui trovavo le risposte alle me domande.
Così la mia educazione sessuale è cominciata sfogliando il bellissimo Come nascono i bambini di Andrew Andry e Steven Schepp con le illustrazioni di Blake Hamilton. Libro che spiegava bene tutte quelle cose delle api e dei fiori e del polline ma che, invece di fermarsi lì, continuava a raccontare con i termini esatti, scientifici, con le parole giuste, con illustrazioni precise ma misurate come si concepiscono e come nascono i bambini.
In biblioteca, grazie ad una volenterosa bibliotecaria autodidatta, tanto incompetente in materia di libri quanto accogliente - vieni, entra - mi diceva - scegli quello che vuoi, puoi prendere quello che vuoi - sono nate e cresciute le mie letture incongrue, bulimiche, disordinatissime. Le avventure di Nancy Drew, i grandi classici, i libri assolutamente inadatti alla mia età.
Se ho cominciato ad amare i libri, la lettura lo devo (e lo dico senza nessuna retorica) anche alla
biblioteca della Cava che, qualche mese fa, è stata improvvisamente chiusa. Temporaneamente, si dice, si spera. La scuola nella quale era ospitata ha reclamato per sé quegli spazi e pare se ne stiano cercando dei nuovi.
E anche se si dice che le distanze si sono accorciate, anche se la campagna ai lati della via Emilia è stata sostituita da brandelli di città diffusa, la Cava continua ad essere (e a considerarsi) separata da Forlì. Da due chilometri e da un ponte. E molta della gente che vi abita è invecchiata (come sempre accade nella zone di nuovo inurbamento, dove tutti attraversano insieme le stesse fasi della vita) e vi sono nuovi bambini. E vecchi e bambini potrebbero non aver voglia o tempo o, più semplicemente, la possibilità di percorrere due chilometri e di attraversare un ponte e fare altra strada per raggiungere la biblioteca centrale. Alla Cava sarebbe più semplice, no?